Solženicyn e il declino del coraggio

Nel 1978 Aleksandr Isaevič Solženicyn pronunziò alla Harvard University il commencement address, il discorso che in ogni università americana si tiene in occasione della consegna dei diplomi ai graduating students. Come qualche volta fanno anche le nostre università in occasione delle prolusioni, le università americane invitano in questi casi personalità di spicco. Quell’anno Harvard affidò il compito allo scrittore russo.

Non fu un caso. In quel periodo Solženicyn godeva di una visibilità globale ed era considerato un paladino dei valori dell’occidente contro le degenerazioni delle società comuniste.

Premio Nobel nel 1970, era stato espulso dalla Russia e privato del passaporto nel 1974, dopo che nel 1973 era riuscito a far arrivare in Francia e far pubblicare a Parigi la sua opera più famosa, Arcipelago Gulag. Non avrebbe fatto ritorno in Russia fino al 1994.

Nel 1978 quando andò ad Harvard era da quattro anni in occidente e aveva avuto modo di osservare da vicino gli stili e i valori delle nostre società. Traendone conclusioni tutt’altro che positive e deludendo i molti che pensavano di assegnarli il ruolo di difensore dell’occidente capitalista contro l’oriente comunista.

Proprio in questo discorso Solženicyn mette subito le cose in chiaro.

Mi auguro che nessuno dei presenti pensi che io voglia esprimere una critica parziale del sistema occidentale, al fine di suggerire il socialismo come alternativa. No; con l’esperienza di un paese dove è stato realizzato il socialismo, sicuramente non proporrò questa alternativa … Ma se mi chiedono se propongo l’Occidente, come è oggi, come modello per il mio paese, francamente rispondo negativamente. No, io non posso raccomandare questa società come ideale per la trasformazione della nostra.

Il commencement address di Harvard è famoso proprio per questo. Solženicyn si scrolla di dosso i panni dell’eroe liberale e presenta all’occidente il conto dei suoi mali. Non a caso l’Harvard Review pubblicò l’intervento con il titolo “The Exhausted West“.

A distanza di 40 anni esatti la lettura è ancora di straordinaria attualità.

Sia ben chiaro, non tutto quello che Solženicyn dice va preso alla lettera. Solženicyn era un uomo di idee fortemente conservatrici, ultra ortodosse e poco tolleranti, difficile da capire per chi è nato e cresciuto immerso nei valori dell’umanesimo occidentale e a sua volta in difficoltà a sintonizzarsi con questi valori.

Ma proprio per questo è un punto di vista unico sul nostro modo di vivere e pensare, per rifletterci ma senza commettere l’errore di trattarlo come una verità assoluta.

L’anno del discorso di Harvard, il 1978, non è un anno qualsiasi.

In Europa il terrorismo minacciava le democrazie che rivelavano già allora tutta la loro impreparazione a fronteggiare minacce di questo tipo. La guerra fredda fra USA e URSS era al suo apice. In Italia veniva rapito e ucciso Aldo Moro. Era scoppiato il conflitto fra Cambogia e Vietnam, dopo che l’intervento americano in Vietnam si era da poco concluso nel modo tragico che tutti sappiamo.

Il commencement address fu pronunciato in russo perché Solženicyn non volle mai adattarsi all’uso della lingua inglese. Altra cosa che la dice lunga sul rapporto di Solženicyn con l’occidente.

La traduzione inglese più nota è quella pubblicata dalla Harvard Review e la trovate qui.

Una buona traduzione in italiano si legge qui ed è quella che ho usato per i brani che trovate in questo post.

A chi, sbagliando, non volesse leggerlo tutto, propongo almeno la lettura di un piccolo brano dedicato al declino del coraggio nella società occidentale.

Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria.

E questo declino del coraggio a volte raggiunge quella che potrebbe essere definita come una mancanza di carattere, sottolineata quasi con ironia da occasionali scoppi di audacia e di rigidità da parte degli stessi funzionari politici quando trattano con governi deboli, con paesi privi di sostegno o con correnti perdenti che chiaramente non saranno in grado di offrire alcuna resistenza. Si hanno invece silenzio e paralisi quando si tratta di affrontare governi potenti e forze minacciose, con aggressori e terroristi internazionali.

E’ necessario sottolineare che fin dai tempi antichi il declino del coraggio è stato considerato il primo sintomo della fine?

C’è qualcosa da aggiungere? “Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile … Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società … Una mancanza di carattere sottolineata quasi con ironia da occasionali scoppi di audacia e di rigidità … con correnti perdenti che chiaramente non saranno in grado di offrire alcuna resistenza.

Dal nostro rapporto schizofrenico con i migranti giù fino all’abbandono dei nostri giovani non siamo tutti costretti a specchiarci in queste parole?

Eppure le società libere (o presunte tali) sono sempre state accusate di pigrizia, di mancanza di coraggio. Chi non ricorda le lezioni dei nostri professori di greco sulle contrapposizioni fra la disciplinata Sparta e la colta Atene? Chi si ricorda fra Sparta e Atene chi prevalse? Io non lo ricordo, ma ricordo che qualcuno diceva che se Atene piange, Sparta non ride.

Forse è così anche oggi fra oriente e occidente, fra USA e Cina, fra nord e sud, fra Europa ed Africa, e forse questa è l’idea più interessante che ci viene da Solženicyn.

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