Puntuazioni, un mondo affascinante

Sapete cosa una è puntuazione? No? Poco male, siete in buona compagnia.

Ma se leggete i miei post c’è caso che siate interessati non solo ai destini del capitalismo secondo l’Economist o al lavoro di Staffan De Mistura, ma anche a quelli dei vostri soldi e dei vostri contratti.

Se è così e se vi capita di andare in giro a mettere firme su pezzi di carta, è meglio che una idea di cosa è una puntuazione ve la facciate. Oltre a sapere come funzionano le postille, naturalmente.

Puntuazione è il modo con il quale i giuristi chiamano tutti quei documenti di vario significato e valore che precedono la firma di un contratto vero e proprio, preliminare o definitivo che sia. O addirittura in qualche caso lo sostituiscono.

La pratica professionale parla di lettere di intenti, term-sheet, memorandum of understanding e chi più ne ha più ne metta.

Fino a qualche tempo fa la giurisprudenza vedeva queste tipologie para-contrattuali come il fumo negli occhi e tendeva a non riconoscere loro alcun valore giuridico, se non ai limitatissimi e irrilevantissimi fini di una ipotetica responsabilità precontrattuale. Una per tutte vedete la sentenza Cass. 11371/2010.

Poi nel 2015 sono arrivate le Sezioni Unite della Cassazione che hanno sbaragliato il campo dicendo: fermi tutti, questi documenti contano e non solo per finalità risarcitorie.

Si tratta della sentenza Cass. SSUU 4628/2015 (rintracciabile qui) la cui lettura vi raccomando caldamente se avete un minimo interesse a capire cosa firmate quando, per esempio, l’agente immobiliare vi impone la famosa “proposta di acquisto”.

La sentenza dice tante cose interessanti, ma alcune di queste sono più interessanti di altre.

La prima: La procedimentalizzazione delle fasi contrattuali non può di per sé essere connotata da disvalore, se corrisponde a “un complesso di interessi che stanno realmente alla base dell’operazione negoziale”.

Ora, al di là del linguaggio un po’ aulico, la cosa che davvero conta è che la Cassazione sancisce per la prima volta con chiarezza la fine del rapporto esclusivo fra preliminare e definitivo e apre la porta al mondo del contratto libero, dove ognuno è appunto libero di gestirsi i gradi di intensità contrattuale come vuole.

Insomma, il 2015 è il 1968 del contratto: fine del matrimonio e porte aperte alla coppia libera.

La seconda: al di fuori del rassicurante binomio preliminare-definito c’è spazio per almeno un terzo genere che è quello delle puntuazioni ovvero dei documenti para-contrattuali che accompagnano e qualche volta sostituiscono la formazione di un vincolo contrattuale completo.

Per riprendere l’esempio di prima, la convivenza si aggiunge alle forme tradizionali del matrimonio e del fidanzamento.

E come si distingue una puntuazione vincolante da una che tale non è?

Si deve distinguere, dice sempre la Cassazione, fra:

A) Quella delle mere puntuazioni in cui le parti hanno solo iniziato a discutere di un possibile affare e senza alcun vincolo fissano una possibile traccia di trattative. In questa ipotesi, quanto maggiore e specifico è il contenuto, tanto più ci si avvicina al preliminare.

B) Quella in cui il contratto non è ancora un vero preliminare, ma una puntuazione vincolante sui profili in ordine ai quali l’accordo è irrevocabilmente raggiunto, restando da concordare secondo buona fede ulteriori punti. Si tratta di un iniziale accordo che non può configurarsi ancora come preliminare perché mancano elementi essenziali, ma che esclude che di quelli fissati si torni a discutere. In questa ipotesi man mano che si impoverisce il contenuto determinato ci si allontana dal preliminare propriamente detto.

La chiave di lettura delle puntuazioni è dunque secondo la Cassazione la quantità e la qualità del contenuto del documento.

Tanto più dettagliata è la puntuazione e tanto più il vincolo è stringente, al punto da poter diventare contratto vero e proprio.

Un po’ come dire che la convivente dopo un tot di anni ha gli stessi diritti della moglie, pensione di reversibilità compresa.

Tutto chiaro? Forse no. Allora tenete a mente questi due concetti semplici semplici.

Primo: tutto ciò che scrivete e vi scambiate prima della conclusione di un contratto, preliminare o definitivo, conta. E conta non solo ai fini di eventuali responsabilità precontrattuali. Se lo volete, e in alcuni casi anche se non lo volete, conta come vincolo contrattuale. Da lì non si torna più indietro, insomma.

Secondo: l’intensità del vincolo contrattuale è direttamente proporzionale al grado di dettaglio delle puntuazioni che vi scambiate. Più sono dettagliate più il vincolo è forte, al punto che se il dettaglio è tale da contenere gli elementi essenziali di un contratto, il confine fra puntuazione e contratto preliminare può diventare molto sottile. E attenzione: tutto ciò che nel contratto non è scritto, lo decide ex post il giudice. Il 1374 c.c. gli dà questo potere (brrr…).

In conclusione, se vi vogliono far firmare una lettera di intenti di 20 pagine piena di clausole complicate e dettagliate, ma vi sentite rassicurati dalla frase finale: “la presente lettera non contiene obbligazioni giuridicamente vincolanti“, aprite bene gli occhi, perché di non vincolante in un documento così probabilmente c’è poco o niente. E al 99% finirete per vincolarvi proprio su quello che non volevate.

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