PIL e debito pubblico, paradosso all’italiana

Nel 2017 lo Stato italiano ha realizzato un avanzo di 20,6 miliardi. Al netto degli interessi passivi sul debito beninteso, pari a 63,8 miliardi. E ha chiuso l’anno con 2.256 miliardi di debiti.

Tutti numeri che potete divertirvi a spulciare in rete la domenica pomeriggio, visto che la serie A è sparita dagli schermi (Corte dei conti, Giudizio sul rendiconto generale dello Stato, 2017, vol. I, pag. 14, tav. 5 e Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito- Dicembre 2017, pag. 2, consultabile sul sito).

Proviamo a farci una domanda. Se nel 2017 avessimo guadagnato 20 mila euro, ma avessimo avuto debiti in banca per 2,2 milioni di euro come ci saremmo sentiti?

Malissimo. E ancora peggio si sarebbero sentiti i nostri creditori.

Invece lo Stato si sente benissimo e gli investitori di tutto il mondo gli prestano soldi. Senza nemmeno avanzare chissà quali pretese. Alla fine del 2017 il tasso dei BTP decennali era meno del 2%. Una inezia.

Come si spiega questo paradosso?

Immagino già le vostre risposte. Lo Stato non è un privato cittadino e nemmeno una azienda. Il suo scopo non è fare profitti, ma far fare profitti ai suoi cittadini. Generare ricchezza per il paese, non per se stesso. Inoltre lo Stato ha un patrimonio immenso, il cui valore supera di gran lunga quello del suo debito.

In linea di massima siamo d’accordo. Ma lasciamo perdere per un attimo il patrimonio. Ai creditori, soprattutto a quelli istituzionali, interessa poco il patrimonio, non vogliono nemmeno pensare ai tempi e ai rischi di una liquidazione sovrana.

E’ vero invece che lo Stato garantisce i debiti con la capacità della propria economia di generare ricchezza per i cittadini. Perché la ricchezza dei cittadini genera entrate per lo Stato, sotto forma di imposte. Imposte che assicurano allo Stato i mezzi necessari ad onorare i propri debiti.

Come si misura la ricchezza di un paese?

Con il famoso PIL.

Nel 2017 il nostro PIL è stato di 1.717 miliardi. I nostri debiti però erano 2.256 miliardi (Corte dei conti, Giudizio sul rendiconto generale dello Stato, 2017, vol. I, pag. 14, tav. 5).

Lo Stato quindi ha più debiti della ricchezza che produce in un anno. Esattamente i debiti erano alla fine del 2017 il 131% del PIL dello stesso anno.

E’ grave?

Il Giappone ha un debito pubblico che è pari al 236% e nessuno sembra preoccuparsene (International Monetary Fund – General government gross debt).

Ma l’Italia non è il Giappone.

L’economia giapponese è grande quattro volte quella italiana. L’industria giapponese ha una capacità produttiva non paragonabile a quella italiana. Il Giappone non ha stretto accordi di stabilità finanziaria con alcun paese, come invece ha fatto l’Italia. Ma il vero punto è che il debito pubblico giapponese lo comprano solo i giapponesi. In Giappone il mercato e i tassi li fa la banca centrale. Finché i giapponesi non protestano, l’inflazione non sale e la finanza rimane sotto controllo. Ma sono in molti a pensare che prima o poi qualcosa anche in Giappone cambierà (International Monetary Fund – Japan: Financial System Stability Assessment).

Noi non siamo abbastanza grandi da poterci permettere di assorbire tutti i titoli del nostro debito e da tempo ne abbiamo piazzato una buona quota presso investitori stranieri. Ad oggi è circa il 30% (Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito- Dicembre 2017, fig. 2). E’ naturale quindi che gli investitori stranieri siano attenti ai numeri della nostra economia, in primis appunto il PIL.

Perché il PIL è così importante?

Se i PIL non cresce o cresce meno del debito, gli investitori vendono i nostri titoli e gli interessi che paghiamo crescono. Se lo Stato paga più interessi, significa che è meno affidabile e quindi fa anche più fatica a trovare nuovi investitori. Si rischia di finire in un loop pericoloso che si chiama spirale del debito. In fondo al quale c’è il default, tipo Grecia e Argentina. Non una bella cosa.

Questo è il motivo che rende il PIL importante per tutti i paesi, ma soprattutto per quelli molto indebitati.

Aggiungiamo a questo che alcuni anni fa il nostro paese ha fatto la scelta di stare nella UE. Scelta inevitabile, ma fatta anche con un po’ di leggerezza, senza avere ben chiaro a cosa saremmo andati incontro.

La UE è fatta di paesi che hanno un rapporto medio debito/PIL inferiore di 50 punti percentuale rispetto al nostro. Il nostro debito lo vedono come fumo negli occhi.

Per questo il trattato di Maastricht fissa regole piuttosto stringenti in materia di conti pubblici. Regole che l’Italia ha sottoscritto.

Nel 2002 siamo entrati nell’euro con un rapporto debito/PIL di poco superiore al 100 per cento e l’intesa era di portarlo rapidamente al di sotto. Noi lo abbiamo portato rapidamente al di sopra (Banca d’Italia, Bollettino economico n. 40, marzo 2003, pag. 62, tav. 20, consultabile su sito).

Ma torniamo alla domanda che ci facevamo all’inizio. Se le cose stanno così, perché nel 2017 abbiamo finanziato il nostro debito pagando un misero 2% e ancora adesso paghiamo poco più del 3%?

Primo: perché nel 2017 il PIL è cresciuto e così è stato nei due anni precedenti. E questo ha tranquillizzato gli investitori. Secondo: perché la BCE ha stabilizzato il mercato dei titoli sovrani europei comprandone enormi quantità nell’ambito del Quantitative Easing. Se gli investitori decidessero di vendere troverebbero la BCE pronta a comprare e questo impedirebbe ai tassi di salire. Una tranquillità che ha permesso ai tassi di addormentarsi per tutti questi anni.

Ma alla fine del 2018 la BCE cesserà gli acquisti e l’attenzione degli investitori è già tornata a focalizzarsi sulla capacità del nostro Stato di generare ricchezza. O almeno di non generare debito.

E qui entrano in gioco Matteo e Luigi che non sembrano pensarla allo stesso modo degli investitori.

Il programma del nostro Governo in materia di debito pubblico

Il Contratto di Governo indica la linea in materia di debito pubblico: “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL” (pag. 17 del Contratto per i governo del cambiamento).

Per Matteo e Luigi il debito può ridursi solo se aumenta il PIL. Ma se si tratta di scegliere fra debito e tasse, allora i nostri governanti fanno capire che sceglieranno il debito. E su questo punto sembrano godere di ampi consensi fra gli elettori.

Cerchiamo di capire meglio cosa vuole dire “riduzione del debito pubblico … per il tramite della crescita del PIL“.

Si tratta di una semplificazione politica. Se il PIL cresce, non è vero che il debito si riduce. Se il PIL cresce e il debito sta fermo, si riduce il rapporto fra debito e PIL. Cosa che va benissimo, per carità. Ma non è la stessa cosa che ridurre il debito. Perché se poi l’anno dopo il PIL diminuisce, siamo punto e a capo. Cosa che invece non succederebbe se il debito diminuisse davvero.

Ma torniamo ai programmi di Matteo e Luigi. Per riportare il debito al livello del 2002, quando era al 100 per cento del PIL, occorre far salire il PIL da 1.717 miliardi a 2.256. Un incremento di 539 miliardi.

Escluso che si possa fare nell’arco dei cinque anni di un mandato di governo. Immaginiamo però che Luigi e Matteo siano così bravi da restare in carica per un secondo mandato e quindi spalmino la crescita necessaria su un arco di dieci anni.

Assumendo che l’economia mondiale in dieci anni non rallenti e il debito pubblico non cresca, si tratterebbe di far crescere il PIL di circa 50 miliardi ogni anno. Vale a dire il 3% ogni anno per dieci anni. Una galoppata da locomotiva tedesca. Ci faremmo tutti la firma.

Senonché la UE sembra un po’ scettica sulle possibilità di una crescita impetuosa del PIL italiano. Di impetuosa per ora ha visto solo la crescita del debito. I mercati e le agenzie di rating dal canto loro aspettano di saperne di più. E noi con loro.

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