Millennial Lawyer (Do I Really Want To Be A Lawyer?)

In Italia ci sono quasi 243 mila avvocati.

In Francia gli avvocati sono poco più di 65 mila.

In altre parole, in Italia ci sono quasi quattro volte gli avvocati che ci sono in Francia. Ma non c’è quattro volte il lavoro legale che c’è in Francia. E nemmeno c’è lo stesso lavoro. Ce n’è meno. Aggiungiamo a questo che l’avvocato italiano ha una vera e propria fobia per la pensione e riesce a lavorare fino ad età avanzatissima. A onor del vero anche l’avvocatura francese non scherza quanto a gerontocrazia, ma a noi interessa quello che succede in Italia.

Con queste premesse oggi essere un millennial in Italia e voler anche fare l’avvocato assomiglia tanto ad una missione impossibile. O quasi.

In compenso – come sottolinea qualche anziano collega – i millennial hanno più occasioni di un tempo, viaggiano di più, sanno più lingue e possono più facilmente di una volta decidere di entrare o uscire dalla professione legale. Questo sarà anche vero per gente come il bravissimo Andrea Tessitore che però come millennial mi pare un po’ stagionato. La realtà dei tanti mllennial lawyer che popolano i nostri studi è molto diversa e molto meno glamour.

Fare l’avvocato, è la professione che fa per voi?

Ci sono due domande cruciali che dovete farvi se siete un millennial lawyer che vive e lavora in Italia. Due domande la cui risposta vi farà capire se siete sulla strada giusta o quella sbagliata.

  • Prima domanda: ho elevata propensione ai contatti interpersonali e alla promozione di me stesso?
  • Seconda domanda: lavoro in uno studio legale competitivo all’esterno e cooperativo all’interno?

La prima domanda va rivolta a se stessi. La risposta deve essere impietosa. Nel dubbio vale il no. Siete il tipo di avvocato per il quale la giornata perfetta è stare chiuso nella propria stanza (se ne avete una) a scrivere citazioni e memorandum, fare ricerche e spulciare metri cubi di documenti? Cambiate lavoro finché siete in tempo. Con la concorrenza che c’è là fuori, se state chiuso tutto il giorno nella vostra stanza nessuno si accorgerà mai di voi. Per lo meno nessuno di quelli che vi daranno lavoro fra dieci, venti anni: i clienti.

Guardatevi intorno. Chi sono gli avvocati che hanno successo? Quelli che non sono mai in studio e quando sono in studio sono in riunione e se proprio non hanno riunioni (cosa rarissima) si attaccano al telefono per organizzarne una. Ovviamente sono anche avvocati competenti. Ma la competenza oggi è scontata: tutti hanno un master, una laurea prestigiosa, un curriculum stellare. La differenza la fa altro. Altro che non si impara nei master. Ma che nei master si coltiva molto bene, cominciando con le soft skill, passando al networking , al legal thinking e tutto il resto.

Come diceva un vecchio collega, la qualità non percepita non serve a nulla.

La seconda domanda la dovete rivolgere al vostro studio. Fuori la concorrenza è feroce. E’ un fatto che vale per tutti. Per vincere servono strumenti, investimenti, tecnologie, dimensioni. E già questo non si trova in tutti gli studi. Ma tutto questo non basta, se dentro lo studio non c’è cultura manageriale, obiettivi chiari, ruoli definiti, motivazioni forti.

Competitivi fuori e cooperativi dentro, appunto

Quanti studi esprimono una cultura così forte? Ce ne sono. Molti però sembrano subire il mercato e per difendersi applicano la regola opposta. Sono competitivi al loro interno e cooperativi all’esterno: compiacenti verso il mercato e penalizzanti con i propri associate. Se vi sembra che questo sia quello che succede nel vostro studio, cercatene un altro. E se non lo trovate, rileggetevi il post sulla Bulgaria.

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