Il virus

Il virus mi ha fatto venire in mente tre cose. Niente che vi cambierà la vita, lo dico subito. Ma magari leggerle vi aiuta a passare il tempo fra il lavoro da casa e la passeggiata al parco.

L’incapacità di convivere con l’incertezza

I nostri genitori o, per chi è giovane, i nostri nonni hanno vissuto tutta la loro vita alle prese con l’incertezza. Quella più grande, la guerra. Eppure chi ha avuto occasione di ascoltare i loro racconti li avrà sentito parlare della vita sotto le bombe o fra i rastrellamenti come di una “vita”, non della “fine della vita”.
L’aereo che passava ogni sera sopra le loro teste aveva invariabilmente un nomignolo che serviva a tranquillizzare i bambini e gli adulti. Nel lessico della mia famiglia si chiamava Pippo. Non era un amico, non era sempre lo stesso aereo e non era sempre lo stesso pilota, ma era parte della loro vita. Anche se dava la morte.
Si facevano i figli nelle notti in cui passava Pippo. Fra il 1940 ed il 1945 il tasso di natalità è sceso poco, molto meno, di quanto è successo negli anni novanta. Lo dice l’Istat.
Certo, il rapporto con la sessualità è nel frattempo cambiato e così pure la contraccezione, ma questo non basta a spiegare il mistero della vita sotto le bombe. Della procreazione nel mare di incertezza della guerra.
Il virus è prima di tutto incertezza. La pubblicità, la politica, la finanza, la stessa scienza ci avevano fatto credere che il più grave dei problemi che avevamo difronte era di sopravvivere a noi stessi. Adesso tutt’a un tratto scopriamo che non è vero. Il problema più grave è sopravvivere.
Avevamo sconfitto l’incertezza e ci svegliamo una mattina di febbraio con l’esercito che chiude le strade del vicino di casa. E una mattina di marzo chiude anche le nostre. Pensavamo che al Sud si fosse sempre benvenuti, ma pare che fosse solo un bel titolo di un bel film. Speravamo che almeno la libera circolazione delle merci in Europa fosse un dato di fatto. Ma non vale per le mascherine tedesche.
Quanto tempo passato a fare ed ascoltare discorsi sulla necessità della solidarietà. Di fronte alle necessità del virus, cala la maschera e si alza la mascherina.
L’incertezza della vita non è mai scomparsa. Ce la siamo solo dimenticata. Ma che sia la bomba o il virus la nostra vita resta quella che era per i nostri anziani. Incerta.

La scomparsa dei corpi intermedi

Conte ci parla via Facebook e lo stesso fa Mattarella. Burioni ci manda i suoi tweet tutti i giorni. La Protezione civile legge un comunicato al giorno che accompagna tutte le nostre cene.
Siamo tutti informati di tutto. Eppure non sappiamo nulla. O peggio crediamo di sapere tutto e ci schieriamo di conseguenza. Salvo cambiare idea appena l’onda mediatica si sposta.
Dove sono finiti i No-Vax? Quando scopriranno il vaccino del corona ci sarà ancora qualcuno che se ne priva in nome di questa leggenda?
I corpi intermedi che un tempo si assicuravano di veicolare la trasmissione delle conoscenze sono spariti. Partiti, preti, intellettuali, filosofi, professori universitari sono tutti stati democraticamente omologati dai social media che permettono a Conte o Mattarella o Burioni di parlarci direttamente ogni volta che vogliono. Senza nessuno in mezzo che ci trasmette il messaggio.
Cinquanta anni fa De Gasperi, Pertini e Luria non facevano dirette Facebook. Al massimo leggevano una relazione ad un congresso. Che qualcuno ci doveva spiegare. E in questo modo la verità arrivava filtrata, interpretata, omologata.
Il risultato è che cinquanta anni fa le verità erano poche, granitiche e invariabilmente manipolate. Oggi sono milioni, mutevoli e invariabilmente false.
Abbiamo tutti salutato come un grande successo la democratizzazione del sapere indotta dalle nuove tecnologie. Ed è stato un grande successo, ci mancherebbe altro. Ci siamo però dimenticati che per sapere non basta disporre di un accesso ad internet. Forse bisogna anche studiare.
A proposito. Salvatore Lauria è stato uno dei pochi italiani a ricevere il Nobel per la medicina. Nel 1969 per i suoi studi sulle mutazioni dei virus. Che caso vero?

L’utilità del progresso

Quante volte abbiamo sentito persone lamentarsi del progresso tecnologico che ci costringe a cambiare abitudini o addirittura ci disumanizza. Forse qualche volta l’abbiamo pensato anche noi. Io l’ho pensato. Eppure.
Se oggi i tribunali fossero attrezzati con tecnologie basiche come le udienze in videoconferenza o semplicemente in teleconferenza non saremmo costretti a chiudere il rubinetto della giustizia. Gran brutta cosa chiudere i tribunali.
Se tutti i processi e non solo alcuni si potessero avviare avvalendosi di portali telematici, eviteremmo di costringere le persone a fare code in cancelleria e spargere infezioni.
Se le scuole fossero state trattate almeno con la stessa dignità che si riserva al Telefisco e si fosse creata per tempo la possibilità in determinati casi, non dico sempre, di collegare alunni e professori in videoconferenza, oggi non avremmo l’istruzione ferma, anche quella universitaria.
Il progresso conta e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Come adesso. Che invochiamo il vaccino, ma un anno fa abbiamo votato per avere la pensione.

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