Lo so, questa volta rischio di far addormentare i miei ventisette lettori (stanno crescendo).
Eppure si parla tanto di Finanza Etica. Non certo quanto si parla di CR7, ma l’argomento è più interessante di quello che sembra.
Tutto è cominciato nel 2016 con l’approvazione di un nuovo articolo del Testo Unico Bancario dedicato alla “Finanza etica e sostenibile” (art. 111 bis).
Nel novembre 2017 è stato pubblicato il primo rapporto dedicato a “La Finanza Etica e Sostenibile in Europa“. E’ stato preparato dalla Fondazione Finanza Etica, un think thank promosso da Banca Etica. Secondo il rapporto, il valore delle attività finanziarie etiche in Europa ammonta a 715 miliardi di Euro. Non poco.
Nel gennaio 2018 il Vaticano – per essere esatti, la Congregazione per la Dottrina della Santa Fede che, sempre per essere esatti, fino a cento anni fa si chiamava Sacra Inquisizione; quella che ce l’aveva su con Galileo Galilei per capirci – ha pubblicato uno studio dedicato alle criticità etiche dell’attuale sistema finanziario. Qui il documento dal nome un po’ ampolloso: Oeconamicae Et Pecuniariae Quaestiones.
E’ una vera e propria summa dei principi che devono ispirare l’uso etico della finanza, secondo la Chiesa.
Strano ma vero, il tema della Finanza Etica non sembra interessare l’attuale governo.
Il Contratto di governo si occupa di economia sostenibile (vedi il paragrafo 4: ambiente, green economy e rifiuti zero) e di tutela del risparmio (vedi il paragrafo 5: banca per gli investimenti e risparmio).
Tutti temi prossimi a quelli della Finanza Etica. Ma il Contratto di governo però non va oltre. Eppure il microcredito è uno dei padri nobili della Finanza Etica e piace molto al M5S. (Abbiamo già parlato di microcredito qui).

Cosa è la Finanza Etica ( e soprattutto ha senso parlarne)?
Tutti i comportamenti umani sono suscettibili di un giudizio etico, quindi perché non la finanza?
Se i dieci comandamenti sono le fondamenta etiche del nostro universo occidentale, il settimo ordina di non rubare e riguarda molto da vicino chi fa finanza e quindi per lavoro maneggia il denaro altrui (non è una riflessione originale; lo ha notato prima di me Salvatore Rossi, e prima ancora Guido Rossi, anche se entrambi sono a loro volta debitori del Decalogo di Kieslowski).
Nel nostro mondo ha senso parlare di Finanza Etica come ha senso parlare di commercio equosolidale e di onlus.
Sono tutti segni di un afflato morale che non riesce ad essere liquidato dal capitale globalizzato e che si alimenta proprio dagli eccessi di quest’ultimo.
L’espressione Finanza Etica sinceramente non mi piace. Definire una parte della finanza etica significa relegare tutto il resto della finanza nel non etico.
Banca Intesa è una istituzione immorale? Ovviamente no. Se non altro è una definizione di buon impatto mediatico e risponde ad un bisogno sentito di marcare un territorio lontano da quello della finanza comunemente intesa come “rapace, spietata, speculativa, ipertrofica” (La finanza etica e sostenibile in Europa – Primo rapporto).
Chi può fregiarsi di questo titolo a buon diritto?
In Italia esistono almeno due definizioni di Finanza Etica. C’è la definizione che ne dà lo Stato nel Testo Unico Bancario e c’è quella che ne dà il Vaticano nel documento da poco pubblicato.
Chiesa e Stato come ai tempi di Peppone e Don Camillo?
La definizione di Finanza Etica dello Stato è sobria. Il Testo Unico Bancario indica sei parametri che la aspirante banca etica deve rispettare.
- Il merito creditizio dei clienti deve essere valutato tenendo conto di rating internazionali non solo economici, ma anche etici.
- I finanziamenti etici devono essere resi pubblici sul web.
- Almeno il 20% dei finanziamenti deve essere devoluto a Onlus e simili.
- I profitti della banca etica non possono essere distribuiti agli azionisti, ma devono essere interamente reinvestiti.
- La governance della banca deve essere democratica.
- Infine, la politica delle remunerazioni deve evitare eccessive differenze fra retribuzioni medie e retribuzioni massime.
Tutto sensato o quasi. Il divieto di distribuire profitti però mi lascia perplesso. Riflette un pregiudizio atavico di immoralità del profitto. Mi piacerebbe al contrario vedere imprese etiche rigorose tanto con i loro clienti, quanto con i loro azionisti. Il mondo del microcredito sta seguendo proprio questo modello e mi pare funzioni benissimo. Ricuce il rapporto fra capitali ed etica, assicurando rendimenti e promuovendo giustizia. Perché vietare alla Finanza Etica di fare la stessa cosa?
Anche sulla governance democratica avrei qualche perplessità. Con le dovute eccezioni, di solito induce comportamenti poco trasparenti. Personalmente preferisco sapere chi comanda e di conseguenza chi è responsabile.

L’approccio della Chiesa alla Finanza Etica è più articolato.
Muove proponendo una distinzione sottile. La differenza non è per la Chiesa fra le imprese etiche e tutte le altre imprese, come invece suggerisce lo Stato, ma fra casi di immoralità prossima che possono riguardare qualsiasi impresa, anche quelle legalmente riconosciute etiche.
Indubbiamente il fine che si prefigge il documento vaticano è diverso da quello che ha mosso il legislatore italiano. E’ un fine per così dire persuasivo, mentre quello legale è prescrittivo.
Ma cosa vuole dire immoralità prossima?
Vuole dire uso di strumenti “non immediatamente inaccettabili dal punto di vista etico“, ma impiegati con modalità tali da creare “occasioni in cui molto facilmente si generano abusi e raggiri, specie ai danni della controparte meno avvantaggiata” (pag. 4).
Così è prossimamente immorale vendere titoli di per se legali, ma avvantaggiandosi di asimmetrie informative: in parole povere approfittando della ignoranza e della fiducia dei clienti. Oppure sfruttare la condizione di potere della banca sul cliente. Oppure operare sui mercati con motivazioni puramente speculative come succede con l’high frequency trading. O ancora addebitare tassi al limite dell’usura abusando dello stato di bisogno dei clienti.
L’approccio della Chiesa insomma è più complesso, ma al tempo stesso più pragmatico. Rinuncia a dare una definizione esatta di Finanza Etica, preferendo indicare cosa rende immorale la finanza.
Il rapporto dà anche indicazioni concrete.
Propone di istituire all’interno delle imprese dei comitati etici che riferiscano direttamente al consiglio di amministrazione, sul modello degli enti sanitari nei quali sono obbligatori per legge.
Raccomanda che ogni strumento finanziario abbia un valore di mercato chiaro e facilmente comprensibile.
Depreca l’uso dei paradisi fiscali e della finanza off shore.
Riprende l’invito rivolto da Benedetto XVI a tutti i risparmiatori a “votare con il portafoglio” ovvero a “votare quotidianamente nei mercati a favore di ciò che aiuta il benessere reale di noi tutti e di rigettare ciò che ad esso nuoce” (pag. 11). Tra l’atro, il primo monito papale ad essersi trasformato in una app (Voto col portafoglio).
Approccio cattolico Vs approccio statale
L’approccio cattolico è molto diverso da quello statale, per i diversi fini che si prefiggono, ma approdano entrambi a risultati simili.
Entrambi puntano il dito su un settore vitale della nostra macchina economica nel quale è importante che si recuperi un senso etico perso nei rivoli degli scandali bancari e della finanza rampante. Ed entrambi promettono un premio a chi farà propri i precetti morali.
Lo Stato promette di far pagare meno tasse. Pochi lo sanno, ma comportarsi bene fa bene alla dichiarazione dei redditi. Ben il 75 per cento del reddito delle imprese che rispettano i parametri della Finanza Etica sono esenti da ogni imposta sui redditi, purché destinato ad incrementare il capitale.
Ma anche la Chiesa promette un premio a chi si conforma ai suoi insegnamenti. Quale? Ma il Paradiso naturalmente.
