Evasione fiscale: un’opinione scomoda

Il 26 giugno scorso la Corte dei conti ha pubblicato la relazione sul bilancio dello Stato 2017. La relazione punta il dito, fra le altre cose, sul livello dell’evasione fiscale: “I livelli di evasione restano sostanzialmente costanti da un anno all’altro e particolarmente elevati rispetto a quelli esistenti nei principali paesi europei” (pag. 21 CC).

Il 27 giugno sono comparsi i soliti titoli dei giornali che pescavano qui e là fra i passaggi più pungenti della relazione, dall’evasione fiscale, alla spending review, alla corruzione. (Uno per tutti, e non perché fosse il peggiore, lo segnalo come esempio: vedi Il Fatto Quotidiano).

Il 28 giugno la discussione era già finita. Nessun approfondimento dei media, poche reazioni sui social, nessuna dichiarazione dei politici. In fondo l’evasione fiscale, come la corruzione, lo spreco di denaro pubblico, sono fatti normali e non fanno notizia al di là del giorno della notizia: quindi perché parlarne?

Ed in effetti dell’evasione fiscale non si dovrebbe parlare (solo) sui giornali, ma nelle aule universitarie, in parlamento, nei dibattiti pubblici. Se ne dovrebbero indagare le cause e gli effetti e si dovrebbe aprire una riflessione sui giusti rimedi. In modo aperto e condiviso, lontano se possibile dagli strilli dei comizi e dai titoli dei giornali.

Ma non mi pare che sia così.

Non mi risultano corsi universitari dedicati all’approfondimento di questo tema: mi posso sbagliare, ma se è così ditelo, perché nessuno se ne è accorto. Non mi risultano dibattiti parlamentari in corso o dibattiti pubblici già organizzati: e qui è più difficile che mi sbagli, ne avrei avuto notizia.

Di cosa parla esattamente la relazione della Corte dei conti?

Ho deciso alla fine di leggermi la relazione della Corte dei conti per capirne di più. Leggendo la relazione mi sono ricordato anche del recentissimo rapporto del MEF sull’evasione fiscale, pubblicato il 20 settembre 2017.

Per non farmi mancare nulla, ho letto anche quello.

Il bello di questi studi è che danno un sacco di numeri. Ne ho selezionati alcuni che mi sono sembrati interessanti e comprensibili anche senza avere un figlio laureato in econometria. Seguitemi per un attimo.

Le entrate tributarie del 2017 sono state pari a 488 miliardi di euro (pag. 19 CC). Più o meno costanti, anzi in leggera crescita rispetto agli anni precedenti. L’evasione complessiva è stimata dal MEF in misura pari a circa 100 miliardi di euro all’anno, anch’essa costante da un anno all’altro (pag. 11 MEF). L’evasione fiscale accertata e incassata dalla Agenzia delle entrate è mediamente pari a circa 8 miliardi di euro ogni anno (pag. 39 CC). L’Agenzia delle entrate costa ogni anno circa 3,5 miliardi di euro e quindi in realtà l’incasso netto per lo Stato è di 4,5 miliardi di euro (pag. 153 del bilancio 2017 dell’Agenzia delle entrate.

E’ vero che l’Agenzia delle entrate non fa solo recupero dell’evasione fiscale, ma per ora accontentiamoci di questa semplificazione. In ogni caso l’Agenzia non lavora in perdita e questa è una buona notizia.

E’ il momento di tirare le somme.

Il rapporto fra l’evasione che sfugge ai controlli della Agenzia delle entrate (100 – 8 = 92 miliardi di euro) e le entrate tributarie complessive del 2017 (488 miliardi di euro) è pari al 19% (92 / 488). Finalmente abbiamo un punto fermo: in Italia si evade il 19% delle entrate ovvero 100 miliardi di euro ogni anno.

E’ poco? E’ tanto?

Per avere un parametro si consideri che in Italia se si evade più del 10% del reddito dichiarato si va in galera (art. 4, d.lgs. 74 del 2000). Possiamo quindi considerare la soglia del 10% come quella che separa l’evasione veniale da quella mortale. Noi come Paese evadiamo quasi il 20% (non del reddito, delle imposte, ma poco cambia). Dovremmo essere tutti in galera. Con le porte aperte, però, perché nessuno resterebbe fuori.

Dalla relazione della Corte dei conti è possibile trarre questa prima conclusione: l’evasione è costantemente il doppio di quella tollerabile. Non è una sorpresa, ma adesso sappiamo quanto vale.

I controlli dell’Agenzia delle Entrate non bastano

La Corte dei conti sostiene che i controlli della Agenzia delle entrate non sono un deterrente sufficiente a scoraggiare l’evasione fiscale. Secondo la Corte, i controlli annuali della Agenzia riguardano solo il 2,6% dei contribuenti (pag. 22 CC).

Il numero però merita un po’ di elaborazione.

Il MEF ci ricorda che due terzi dei contribuenti non hanno propensione alla evasione fiscale e solo un terzo è incline a questa pratica (pag. 13 MEF, al netto della propensione del lavoro dipendente che è stimata al 3,2%).

Il rischio di un controllo fiscale allora sale dal 2,6% al 8% (2,6 / 33). Sempreché l’Agenzia delle entrate getti le sue reti nel terzo di contribuenti che evade e non vada a pescare fra i due terzi che non evade. Non ne sono certo, ma assumiamo che l’Agenzia sappia sempre chi controllare. Anche in questo caso, si tratta di una verifica ogni 12 anni (8 / 100). Al massimo.

Obiettivamente è ancora poco e giustifica le parole della Corte che dice: “E’ dunque evidente come le frequenze dei controlli effettuati non siano idonee a realizzare una adeguata deterrenza rispetto ai comportamenti evasivi di massa che caratterizzano la realtà fiscale italiana” (pag. 47 MEF).

Né la Corte, né il MEF però dicono come fare per aumentare i controlli. Soprattutto, non dicono se qualcuno ha provato a fare stime sul rapporto fra incremento dei controlli e diminuzione della evasione.

A giudicare da quello che leggerete fra poco sembra che la stessa Corte pensi che aumentare i controlli non serva, serva invece elevare la qualità degli strumenti di controllo.

Conclusione ragionevole, mi pare.

A questo proposito mi piacerebbe sapere se qualcuno ha mai provato ad usare tecniche di profilatura per aumentare la precisione dei controlli. Pochi lo sanno, ma da qualche anno l’Agenzia dispone di un database gigante che si chiama anagrafe dei rapporti finanziari. In questo database confluisce qualsiasi movimentazione bancaria fatta da chiunque.

Mi chiedo: se Cambridge Analytica è riuscita a profilare il voto degli americani fino ad influenzarne le scelte elettorali, perché non provare a fare lo stesso con i contribuenti più evasivi?

Chi evade in modo sistematico ha comportamenti bancari, finanziari personali diversi da chi non lo fa. Oggi i comportamenti lasciano tracce informatiche ovunque. Perché allora non profilare i comportamenti di chi evade e cercare queste tracce nei dati dei quali l’Agenzia delle entrate dispone?

Sarebbe interessante anche sapere quanti laureati in ingegneria lavorano per l’Agenzia e il MEF. Temo pochi a giudicare dai bandi di concorso. Se si assumessero un po’ di giovani laureati in ingegneria, più appassionati di algoritmi che di iperammortamenti, si potrebbero scoprire cose interessanti senza dover mobilitare legioni di finanzieri e controllare milioni di esercizi commerciali.

In Italia abbiamo due fra i politecnici migliori d’Europa, uno a Torino e uno a Milano. Una convenzione fra Agenzia delle entrate e i nostri politecnici potrebbe essere una strada promettente. Ed eviterebbe alla Corte di dover constatare “… l’attuale mancata utilizzazione dell’Anagrafe dei rapporti ai fini dell’innalzamento della tax compliance …“.

La seconda conclusione che possiamo trarre è che l’attuale frequenza dei controlli non è sufficiente a costituire un efficace deterrente, ma al momento non esistono stime sulla efficacia di maggiori controlli, né piani per elaborare nuove strategie di controllo.

Secondo la Corte dei conti, il livello di evasione è stabile nel tempo (pag. 21 CC) ed è sostanzialmente indifferente alle tecniche di accertamento fiscale di volta in volta adottate dalla Agenzia delle entrate: spesometri, redditometri, split payment, fatturazione elettronica servono a contenere l’evasione, ma non la fanno diminuire. Secondo la Corte, “le attuali strategie di controllo fiscale consentite all’amministrazione … non sembrano essere in grado di indurre significativi cambiamenti nella condotta dei contribuenti …” (pag. 21 CC).

La Corte conferma quello che dicevamo prima: non è la quantità il problema, ma la qualità dei controlli.

La terza conclusione è la diretta conseguenza della seconda. Ed ha come corollario che i governi che promettono di ridurre l’evasione fiscale, senza dire come pensano di farlo, mentono.

Siamo tutti evasori?

Secondo il MEF, la propensione alla evasione fiscale in una scala da uno a cento è pari a 66,6 fra le imprese individuali, società di persone e lavoratori autonomi; pari a 29,9 fra le società di capitali; pari a 3,2 fra i lavoratori dipendenti (MEF 11-14).

Non so quanto accurati siano questi dati. Ad esempio, la mia esperienza dice che molto del nero di imprese e società di persone finisce nelle tasche dei dipendenti sotto forma di fuori busta, una pratica ancora largamente diffusa, ma del tutto ignorata da Guardia di finanza e Agenzia delle entrate. Temo anche dal MEF.

Ma prendiamoli pure per buoni.

Questi dati ci dicono che l’evasione fiscale è endemica nella economia B2C, quella tipica delle piccole imprese individuali e delle società di persone, perché facile da realizzare e basata su un muto scambio di favori fra impresa e consumatore. Presumibilmente si tratta di una evasione molto frazionata negli importi unitari e quindi molto difficile da accertare, se non a prezzo di controlli capillari. Il consumatore che paga in contanti per risparmiare l’IVA è indifferentemente un lavoratore dipendente, un imprenditore, un lavoratore autonomo, se la spesa riguarda la sfera personale. L’evasione sembra meno diffusa nel mondo delle società di capitali, ma è compensata da un numero di contribuenti inferiore, quindi l’evasione individuale dovrebbe essere di valore unitario maggiore.

La Corte stranamente non dice che fra le società di capitali sale il rischio della elusione fiscale ovvero di quella particolare forma di evasione che si maschera di apparente legalità. Meno difficile della evasione da scoprire, perché scritta nei bilanci, ma molto più difficile della evasione da capire, perché in continua evoluzione.

La quarta è ultima conclusione è la meno rassicurante: l’evasione fiscale è trasversale alle categorie di reddito e collegata alla occasione e non alla condizione. In parole povere, al momento giusto tutti o quasi siamo pronti ad evadere.

Quale conclusione possiamo trarre?

L’idea che mi sono fatto leggendo questi dati è che l’evasione fiscale sia un fenomeno simile a quello di tangentopoli. Il senso di impunità ne alimenta la diffusione che a sua volta alimenta ulteriormente il senso di impunità e così via. Con una importante differenza. Tangentopoli è stato un fenomeno circoscritto ad un ristretto numero di persone appartenenti ad una classe sociale potente e quindi esposta. Cosa che ha permesso la rapida emersione dei maggiori fatti illeciti e la loro condanna attraverso processi giudiziari che godevano di un diffuso consenso popolare.

Con gli eccessi tipici dei processi celebrati in piazza. Ci ricordiamo tutti che l’Italia il giovedì sera si fermava quando Di Pietro impersonava il giudice incorruttibile nelle puntate di un Giorno in pretura. Ma sappiamo anche come è finita.

L’evasione invece è un fenomeno di massa, trasversale per censo e posizione sociale. Proprio il sostegno di cui gode in ogni fascia della popolazione rende impossibile il processo di piazza e quindi difficile l’emersione dei fatti illeciti nel loro complesso. Le indagini, anche quelle penali, sfiorano l’evasione, non la colpiscono.

Sembrerebbe quasi che da noi la sovranità popolare si esprima anche attraverso una particolare forma di resistenza fiscale, più forte di ogni legge dello Stato. Potremmo dargli un nome, chiamarla Resistenza 2.0. Ma faremmo saltare sulla sedia il presidente dell’Anpi e cadere dalla bicicletta il procuratore Francesco Saverio Borrelli.

Cosa fare?

Francamente non lo so.

La cosa grave però è che non lo sa nemmeno la Corte dei conti, il MEF, l’Agenzia delle entrate, la Guardia di finanza che combattono, quando la combattono, la guerra del bambino che cerca di travasare il mare in una buca. Facendo finta di non sapere che il mare è più grande della buca. La verità, impronunciabile, è che l’evasione fiscale è consentita dalle regole della nostra democrazia materiale, contro la quale le leggi della nostra democrazia formale nulla possono.

 

Post (Scriptum)

Quando questo post era già stato scritto, mi è arrivata una email da uno dei mie ventisei lettori (erano venticinque, ma se ne è aggiunto recentemente un altro). E’ un caro amico che fa il commercialista in una grande città italiana. La sua email ha come oggetto “Ancora sull’evasione“. Lui non sapeva che io stavo licenziando questo post.

Il nostro lettore fa alcune considerazioni e muove alcune proposte interessanti. Ha il tono pacato e un po’ rassegnato di chi ne ha viste tante. Alcune cose che dice mi convincono, altre meno. Ma tutto quello che dice è frutto dei suoi pensieri.

Era esattamente quello che mi proponevo quando aprivo questo blog: pensare e far pensare.

Se mi darà il permesso, pubblicherò la sua email.

***

L’amico Salvatore Foti di Napoli mi ha dato il suo permesso.

Ecco i cinque interventi che Salvatore suggerisce per ridurre l’evasione fiscale.

1)   COLLEGAMENTO TELEMATICO DEI REGISTRATORI DI CASSA CON L’AGENZIA DELLE ENTRATE PER TUTTI. Tra l’altro è un progetto vecchio ma mai realizzato in toto. In tal modo tutti gli esercenti il commercio non dovranno più tenere il registro dei corrispettivi e l’Agenzia delle entrate avrà i dati in tempo reale (si monitorerebbero  anche quelle situazioni patologiche di aggiustamenti fatti a fine periodo per risultare congrui o di cicli e oscillazioni anomali del monte corrispettivi); 

2)   ESTENDERE L’OBBLIGO DI EMETTERE LO SCONTRINO FISCALE A TUTTI  con facoltà di emettere anche la ricevuta fiscale per chi oggi la emette (ristoranti, barbieri, istituti di bellezza) ma sempre accompagnata dallo scontrino. Tutti gli operatori commerciali che vendono beni e/o servizi ai privati sarebbero obbligati ad avere il registratore di cassa (collegato telematicamente all’Agenzia delle entrate) ed emettere lo scontrino fiscale;

3)   OBBLIGO DI EMETTERE LO SCONTRINO PARLANTE PER TUTTI . Questo strumento esiste già lo usiamo per le spese mediche. Perché non estenderlo a tutte le spese? Vado al bar? devo dare il mio codice fiscale per emettere lo scontrino (basta usare la tessera sanitaria); Idem se vado al ristorante o se vado a vedere la partita di calcio e così via. Questa misura, unitamente alle altre due, permetterebbe di sapere quanto spende ciascuno di noi anche per la sua vita quotidiana e non solo se compra una barca.

4)   INTRODURRE POSSIBILITA’ DI DETRAZIONE PER TUTTE LE ALTRE SPESE per le quali emettere lo scontrino parlante potrebbe essere difficoltoso. Mi riferisco alle piccole riparazioni domestiche come l’idraulico, il falegname, l’elettricista, ecc.; 

5)   INVIO TELEMATICO A FINE ANNO ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE DELLA CONTABILITA’ DI TUTTI I CONTRIBUNETI CON PARTITA IVA. Questa misura eliminerebbe da un lato la necessità di inviare tutte le comunicazioni telematiche durante l’anno richieste dalla legge (black list, Intrastat, elenco clienti e fornitori, comunicazione dati iva, dichiarazioni d’intento ricevute, spesometro, san marino, ecc., ecc.); dall’altro, permetterebbe di non tenere più la contabilità cartacea. Una volta mandato il file all’Agenzia delle Entrate si può buttare tutto il cartaceo”

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