La Banca d’Italia sembra pensarla in modo un po’ diverso dai nostri attuali governanti. Almeno per quanto concerne il debito pubblico.
Per Luigi e Matteo il debito, o meglio il rapporto debito/PIL, può ridursi solo se aumenta il PIL. Ma se si tratta di scegliere fra debito e tasse, allora i nostri diarchi fanno intendere che preferiscono il debito. Tria permettendo. Ne abbiamo parlato nel post di settimana scorsa.
La Banca d’Italia pensa invece che il debito debba scendere e non solo in rapporto al PIL. Rileggiamo cosa ha detto poche settimane fa il Governatore della Banca d’Italia.
“Alla fine dello scorso anno il debito pubblico italiano era pari a quasi il 132 per cento del PIL. È un valore molto elevato rispetto al passato; supera di oltre 50 punti percentuali quello medio del resto dell’area dell’euro; costituisce un elemento di freno e la principale fonte di vulnerabilità per l’economia. Scoraggia gli investimenti aumentandone i costi di finanziamento e alimentando l’incertezza; accresce il ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di generare reddito, risparmiare e investire; comprime i margini disponibili per politiche sociali e di stabilizzazione macroeconomica. Espone a crisi di fiducia, particolarmente pericolose quando, oltre a coprire il fabbisogno dell’anno, si devono rifinanziare ingenti importi di titoli in scadenza: in Italia si tratta complessivamente di circa 400 miliardi all’anno.” (Banca d’Italia, Relazione annuale 2017 – Considerazioni finali del Governatore, pag. 10)
Visco non si è limitato a questo. Ha detto anche che è necessario portare il debito al di sotto della soglia fisiologica del 100%. Quella che l’Italia aveva quando è entrata nell’euro. E ha anche elaborato un piano che è parecchio diverso da quello del Governo. Non prevede crescite tumultuose del PIL, ma impone rigorose politiche di bilancio.

La Banca d’Italia propone di far passare l’avanzo di bilancio annuale dall’attuale 1,2% al 3/4% (Banca d’Italia, Relazione annuale 2017 – Considerazioni finali del Governatore, pag. 10-11). In soldoni significa passare da un avanzo di circa 20 miliardi ad uno di circa 60 miliardi.
Se a questo punto tutto l’avanzo fosse destinato alla riduzione del debito, dopo dieci anni il debito si sarebbe ridotto di 600 miliardi ed avrebbe raggiunto la soglia di 1.656 miliardi, eguagliando il PIL che nel 2017 è stato di 1.717 miliardi.
Come si fa a passare da un avanzo primario di 20 miliardi all’anno ad uno di 60 miliardi?
Questo la Banca d’Italia non lo dice, ma non è difficile capirlo. Ci sono solo due modi. O si riducono le spese di 40 miliardi o si aumentano le entrate di altrettanto. Oppure si fa un mix delle due cose.
Aumentare le entrate di 40 miliardi all’anno vuole dire aumentare di colpo tutte le tasse e i contributi dell’8%. Le entrate fiscali annuali infatti sono pari a circa 480 miliardi e rappresentano ben più dell’80% di tutte le entrate (ne abbiamo parlato qui).
Vuole dire che l’IVA sale dal 22%al 30%. L’aliquota Irpef minima passa dal 23%al 31%. Quella massima dal 43% al 51%.
Qualcuno obietterà che si può cercare di aumentare le tasse dei contribuenti con redditi alti, lasciando in pace quelli con redditi bassi.
Ma in Italia i contribuenti con redditi alti dichiarati, diciamo superiori a 300.000 euro, sono pochi. Dichiarano appena il 5,1% dell’imposta totale ovvero poco meno di 8 miliardi (MEF, Statistiche sulle dichiarazioni fiscali – Analisi dei dati irpef anno d’imposta 2015, pag. 25).
Se si vogliono aumentare le entrate di 40 miliardi all’anno è inevitabile mettere le mani nelle tasche di tutti i contribuenti, anche di quelli che dichiarano poco. Soluzioni alternative offerte ad esempio da forme di imposizione patrimoniale non danno vantaggi significativi e sono complicate da attuare (ne abbiamo parlato qui).
Non parliamo poi di recuperare l’evasione fiscale. Quella da noi è più facile aumentarla che diminuirla (ne abbiamo parlato qui).
Qualcuno conosce un partito disposto a mettere il suo nome su una manovra fiscale di questo genere?
Va bene, voi direte, allora tagliamo le spese.
Prima di dirlo però, pensate un secondo alla composizione del 90% della spesa dello Stato, quella che sarebbe colpita da un taglio di 40 miliardi annui (Corte dei conti, Giudizio sul rendiconto generale dello Stato, vol. I, pag. 158).
Ecco l’elenco: scuola, difesa, ordine pubblico, giustizia, contributi UE, bonus 80 euro, previdenza, immigrazione, politica economica (salvataggi bancari), trasferimenti ad enti pubblici e locali (assistenza regionale).
Qualcuno conosce un partito disposto a tagliare i fondi alla polizia o alla scuola?

L’ultima spiaggia è provare un mix di tagli e aumenti.
Ipotizziamo per non far torto a nessuno di aumentare le tasse di 20 miliardi e di ridurre le spese di altrettanto.
Una manovra fiscale da 20 miliardi e più l’abbiamo già vista qualche anno fa con il Governo Monti ed i suoi vari balzelli come IMU prima casa, accise sulle barche, bolli sui conti correnti, tagli al welfare, ecc. (chi volesse rinfrescarsi la memoria lo può fare consultando il sito noisefromamerika.org).
Sappiamo cosa è successo a chi ha sostenuto la manovra Monti. Nessuno dei partiti che ha votato la Manovra Monti è ora al Governo. Il M5S non stava nemmeno in parlamento e ora ha la maggioranza relativa. La Lega non l’ha votata e governa. PD e FI che l’hanno approvata sono diventati degli zombie politici. Monti è sparito dalla circolazione.
Difficile che qualsiasi partito che aspiri a raccogliere voti sufficienti per governare possa presentarsi agli elettori dicendo che farà delle manovre alla Monti. E se non lo dice e poi lo fa, è anche peggio.
Ma allora la Banca d’Italia come pensa di far digerire una manovra da 40 miliardi per dieci anni?
Visco ammette che il suo piano avrebbe “effetti moderatamente restrittivi“. Deve essere un tipo con il senso dell’umorismo. Ma anche un inguaribile ottimista perché è convinto che questi effetti potrebbero “essere compensati da una riforma fiscale indirizzata a rendere il prelievo meno distorsivo e da una ricomposizione della spesa pubblica volta a stimolare la capacità produttiva” (Banca d’Italia, Relazione annuale 2017 – Considerazioni finali del Governatore, pag. 11).
Se fosse così facile perché nessuno la fa? Semplice, perché non è per nulla facile. Le imposte sono tutte per definizione distorsive. Nessuna riforma fiscale è possibile senza un ampio consenso politico che al momento non c’è. Soprattutto nessuna riforma fiscale è in grado di compensare gli effetti restrittivi di una manovra che si prefigga di triplicare l’avanzo primario.
Quanto poi ad un intervento sulla spesa corrente in grado di stimolare la capacità produttiva non so cosa pensare. Se qualcuno ha idee in proposito si faccia avanti. Ma temo che sia impossibile immaginare 20 miliardi di tagli a difesa, istruzione, giustizia, ecc. senza compromettere il futuro di un paio di generazioni, come è successo in Grecia.
E allora cosa facciamo?
Allora sarebbe ora che qualcuno dicesse le cose come stanno. O meglio che parlassero tutti quelli che hanno la sola autorità per farlo: economisti, filosofi, ingegneri, storici, sociologi, giuristi. Quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali.
Dovrebbero dire che il debito pubblico italiano non scenderà mai, né in termini assoluti, né in rapporto al PIL. Farlo richiede una disciplina civile che noi in Italia non possediamo. Abbiamo altre virtù, ma non quelle civili. Se avessimo tutta questa disciplina civile non saremmo a questo punto. L’attuale governo del resto non ha preso voti promettendo disciplina. Come i suoi predecessori.
Dorrebbero dire che finché tutto andrà bene, il debito pubblico non aumenterà troppo. Appena qualcosa andrà male, crescerà di colpo. Quando la UE e i mercati faranno la voce grossa, si presenterà sulla scena il solito Mario Monti che prenderà le solite misure pseudo-draconiane. Alle quali fingeremo di sottostare, in realtà ognuno cercando come può di aggirarle. Sarà l’ennesimo tacon che xe peso del buso. Come direbbe Battiston.
