Crescita e diseguaglianze, tre riflessioni

La crescita economica è technology driven. Le nuove tecnologie sono il vero motore dell’economia. Le Big Five ovvero Google, Microsoft, Amazon, Facebook e Apple valgono da sole circa US$ 4.000 miliardi.

Su questo credo che siamo tutti d’accordo.

La crescita economica indotta dalla rivoluzione tecnologica però ha un problema: favorisce una percentuale molto modesta della popolazione mondiale, quella capace di sfruttare i nuovi strumenti e soprattutto confrontarsi con le nuove sfide che la tecnologia induce. Prima fra tutte la competizione senza quartiere generata dalle competenze diffuse. È questo un dato sul quale la maggior parte degli economisti comincia ad essere d’accordo (si veda per esempio il recente articolo di Calderini e Miceli sul Il Sole 24 Ore).

Qualcuno si è spinto anche misurare la percentuale dei favoriti dalla crescita technology driven, stimandola pari a circa il 10% della popolazione mondiale. Se questo fosse vero, vorrebbe dire che c’è un 90% del mondo che rimane escluso dai benefici della crescita.

Che sia il 10% o no, è sotto gli occhi di tutti anche in Italia che la poca crescita economica che c’è presenta una anomalia fino ad oggi sconosciuta: è divisiva. In passato la crescita beneficiava tutti. In misura diversa, talora molto diversa, ma tutti. Oggi la crescita beneficia pochi e deprime gli altri.

È il paradosso della crescita infelice: ogni punto di incremento del PIL, aumenta il divario fra il 10% (o quello che è) che ne trae vantaggio ed il 90% che ne esce sconfitto.

Un governo che si proponga il lodevole obiettivo di sviluppare la crescita, se avrà successo svilupperà prima di tutto diseguaglianze.

Come scrivono senza troppi giri di parole Calderini e Miceli, il primo direttore del programma Tiresia di Polimi e il secondo direttore della facoltà di International Management a Cà Foscari, quello che accade nel nostro paese (ma non solo) “è la prova che la crescita guidata dal 10% ha in sé elementi naturalmente degenerativi. È una crescita che esclude. È uno sviluppo che toglie senso e passione alla vita dei più“. In particolare a quelli che non ce la fanno a far parte del 10% felice.

Come tutti i fenomeni degenerativi sembra inarrestabile, nessuno ha la più pallida idea di come fare a fermarla. Le ricette fin qui proposte sanno tanto di utopia o al massimo di palliativo. La scuola è senz’altro parte essenziale di questo processo, ma pensare di arrestare il Moloch della crescita divisiva costruendo nuove scuole, come dicono in molti, suona un po’ come offrire le brioche a chi non ha il pane. Provate a dirlo ai Gillets Jaunes, tanto per non uscire dalla Francia.

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I nostri dipendenti pubblici hanno tre difetti:

  • sono pochi;
  • sono vecchi;
  • sono sottoeducati.

E non lo dice Salvini, ma Sismondi, uno che la pubblica amministrazione la conosce bene, visto che è il presidente del Forum PA. Basta leggere il suo intervento sul Il Sole 24 Ore del 14 maggio.

Il primo difetto si scontra con il luogo comune che in Italia ci siano troppi dipendenti pubblici. Eppure il nostro rapporto fra dipendenti pubblici e popolazione totale è uno dei più bassi in Europa: 56 per mille in Italia; 62 in Spagna; 79 in UK; 85 in Francia. Per non parlare dei paesi nordici: 158 dipendenti pubblici ogni mille abitanti in Svezia.

Il secondo difetto è più evidente. Dietro uno sportello dell’anagrafe non è che proprio si vedono molti millenial. Ed infatti nel 2017 l’età media dei nostri civil servant è 50,6 anni. Se si tolgono forze armate e di polizia, si viaggia ben oltre i 54 anni.

Anche il terzo difetto francamente non sorprende, vista la qualità media dei servizi offerti dalla nostra pubblica amministrazione. Sismondi ricorda che il numero dei laureati da noi è uno dei più bassi in Europa. Che la laurea assolutamente prevalente è quella giuridico-umanistica, mentre quelle scientifiche latitano. E che la formazione annuale media di un dipendente della pubblica amministrazione è pari a 0,8 giorni. In UK, un paese non proprio statalista, è 7 giorni.

Nemmeno un anno fa suggerivo di smetterla di assumere giuristi e commercialisti in Agenzia delle entrate. E suggerivo di cominciare ad assumere fisici e matematici per provare ad usare l’intelligenza artificiale, visti gli scarsi risultati di quella cerebrale. (vedi: Evasione fiscale: un’opinione scomoda)

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Sapete cosa è Oodi? Ve lo spiego subito. È un meraviglioso edificio nel centro di Helsinki inaugurato alle otto del mattino del 5 dicembre scorso. Che sarebbe la festa della liberazione finlandese, un po’ come il nostro 25 aprile.

Cosa vuole dire Oodi? Vuole dire ode e l’edificio è una biblioteca che vuole essere una lode della parola, del libro, del pensiero. Dentro ci sono 100.000 mila libri e 9 alberi per ricordarsi sempre quale meraviglioso regalo della natura è la carta.

I principali destinatari di questo colossale e meravigliosamente improduttivo investimento sono i bambini. Oodi è fatta per tutti, ma prima di tutto per i bambini. Per farli vivere, giocare, sorridere in mezzo ai libri.

Fatevi un giro sul sito internet di Oodi (www.oodihelsinki.fi). Dovrete resistere alla tentazione di prenotare subito un volo per Helsinki e correre a toccarla, vederla, annusarla.

Sabato ho passato qualche ora nella nostra biblioteca Sormani. Nella sala periodici, per l’esattezza. In settimana mi ero perso alcuni articoli e volevo leggerli. Mentre ero lì sono arrivati quattro ragazzi delle superiori. Non trovavano una sala dentro la biblioteca per studiare, parlare, leggere. Figuriamoci cosa succede se arriva un bambino.

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