Come funziona un’ imposta patrimoniale? Ed è meglio o peggio di una imposta sul reddito?
È una domanda che occupa gli studiosi da sempre (oggi che si parla di un suo ritorno ancora di più) ed è un po’ come chiedersi se è meglio l’uovo oggi o la gallina domani.
Semplificando possiamo dire che:
- il reddito è il valore di tutti i beni (denaro, in primis) che produciamo in un certo periodo di tempo con il nostro lavoro e i nostri investimenti: gli stipendi ad esempio sono reddito;
- il patrimonio è il valore di tutti i beni (casa, macchina, titoli) posseduti in un certo momento e che abbiamo acquistato con i redditi che non abbiamo dovuto consumare per vivere o che abbiamo ottenuto grazie ad altri (ad esempio, i regali o le eredità): i nostri risparmi sono patrimonio, quindi.
Supponendo che tutti i redditi e tutti gli apporti di terzi siano adeguatamente tassati, non dovrebbe esserci alcun motivo per tassare il patrimonio.
Il patrimonio infatti non è altro che il reddito o l’apporto sopravvissuto ai consumi e alle tasse già pagate. Quindi perché tassarlo ancora?
Se la pensate anche voi così siete in buona compagnia. C’è un libretto scritto da Einaudi nel 1946 intitolato L’imposta patrimoniale e recentemente ristampato dove Einaudi afferma: “In verità capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze” e nota che l’imposta patrimoniale si chiama così perché è commisurata al patrimonio, ma in realtà colpisce sempre il reddito.
Nel senso che il contribuente attinge dal reddito per pagarla e non dal patrimonio che è immobilizzato e come tale non è disponibile fare per pagamenti.
Cosa dice l’OCSE al riguardo?
L’OCSE stessa non si allontana molto da Einaudi quando dice che “a net wealth tax is equivalent to a proportional tax on a presumptive return, meaning that the tax is levied irrespective of the actual returns earned on savings” [una imposta sul patrimonio netto equivale ad una imposta proporzionale applicata ad un reddito presuntivo, nel senso che l’imposta patrimoniale è riscossa indipendentemente dall’esistenza di un effettivo reddito prodotto dal patrimonio risparmiato] (pag. 99).
Ma se è vero che reddito e patrimonio sono due facce della stessa medaglia, non è vero però che tassare il reddito e tassare il patrimonio è la stessa cosa.
Esempio: In Italia i cosiddetti capital gain sono o saranno a breve tassati tutti con la stessa aliquota del 26% fissa. Se si decidesse di reintrodurre una qualche forma di progressività, si potrebbe tornare ad avere due aliquote, una più alta e una più bassa, come era già in passato. Oppure si potrebbe decidere di lasciare l’aliquota del 26% invariata per motivi di semplificazione (e di marketing) fiscale, ma di tassare l’eccedenza di patrimonio che si è formata a causa della mancanza della aliquota più alta. Sul piano strettamente matematico l’effetto è lo stesso. Ma sotto altri profili no. E non parlo della difficoltà di calcolare l’eccedenza una volta che questa si è fusa con tutto il resto del patrimonio, che pure è un ostacolo pratico non da poco e sulla quale torneremo fra un attimo. Ma mi riferisco all’effetto macroeconomico.

Se tasso il patrimonio eccedente lascio al contribuente la possibilità di scegliere se tenersi in tasca l’eccesso e pagarci le tasse sopra oppure spenderlo in viaggi o corsi di istruzione o beni di consumo o comunque in altre spese che non generano patrimonio tassabile, ma generano spesso reddito e quindi benessere per altre persone e tasse (sui redditi) per lo stato.
Se invece tasso il reddito eccedente impedisco o quanto meno scoraggio la scelta, perché il prelievo avviene comunque, sia che il contribuente si tenga l’eccedenza sul conto, sia che la spenda. Le tasse per lo stato sono certe, il benessere per gli altri un po’ meno.
Le due forme di tassazione quindi sono solo apparentemente equivalenti, ma in realtà producono effetti economici, psicologici, politici, sociali e anche di gettito molto diversi.
Tutte cose alle quali i governi sono, o dovrebbero essere, molto attenti.
I governi però sono attenti soprattutto ad un’altra grande differenza che c’è fra l’imposizione commisurata al reddito e quella commisurata al patrimonio.
Tassare i redditi è molto più facile che tassare i capitali.
Una primo assaggio delle maggiori difficoltà che si pongono volendo tassare il patrimonio invece del reddito l’abbiamo avuto con l’esempio di prima: una volta che l’eccedenza si è mischiata al patrimonio il calcolo diventa difficile e la tassazione diventa inevitabilmente imprecisa.
Ma c’è di più. I redditi tendono a riguardare almeno due soggetti, sono quindi mobili e come tutte le cose mobili ben visibili. I capitali tendono a riguardare un solo soggetto, sono tendenzialmente immobili e quindi meno visibili dei redditi (eccetto le case che infatti sono tassate benissimo). Difficoltà di tassazione vuole dire lentezza di riscossione, evasione fiscale, costi di accertamento. E l’evasione è la prima e più regressiva (cioè ingiusta) forma di tassazione che esista.
Questo è esattamente il motivo per il quale l’OCSE osserva “While 12 countres had net wealth taxes in 1990, there were only 4 OECD countries that still levied recurrent taxes on individuals’ net wealth in 2017 “ [Mentre 12 paesi riscuotevano imposte sul patrimonio netto nel 1990, c’erano solo 4 paesi OCSE che ancora riscuotevano imposte periodiche sul patrimonio netto delle persone nel 2017] (pag. 11).
Non è un caso se le maggiori economie del mondo hanno abbandonato la tassazione del patrimonio a favore di quella del reddito.
E la ragione principale è proprio quella che abbiamo detto: ridurre i problemi e i costi.
Ma, se è così, perché l’OCSE torna a parlare di tassazione del patrimonio?
Per due motivi.
- Primo, la ricchezza privata nel mondo è aumenta nell’ultimo decennio in modo maggiore di quanto non sia aumentata la ricchezza degli stati. Oggi qualsiasi delle prime 10 società di Wall Street vale molto di più di un piccolo-medio stato europeo. Un dato? Il PIL del Lussemburgo è di circa US$ 60 miliardi. L’utile di Apple è di circa US$ 45 miliardi (lo so, PIL e utile sono grandezze diverse, ma la seconda è una grandezza sottostimata rispetto alla prima e inoltre qui nessuno aspira ad un Phd). Dopo dieci anni di crisi e quindi di gettiti fiscali ridotti, gli stati sono alla disperata ricerca di denaro e ne hanno bisogno in fretta, ma senza tassare le imprese per non raffreddare la crescita. Una imposta patrimoniale che colpisca non Apple, ma i suoi ricchi azionisti potrebbe sembrare a qualcuno la mossa giusta.
- Secondo, il controllo degli stati sui movimenti di capitale è passato dall’età della pietra a quella del FACTA e del CRS, due acronimi ben noti agli addetti ai lavori che significano niente più capitali in fuga all’estero e totale controllo degli stati sui patrimoni dei propri contribuenti, compresi quelli amanti della Svizzera (vedi scudi e voluntary vari). E guarda caso il CRS è una creatura pensata e promossa proprio dall’OCSE. Quello stesso OCSE che il 12 aprile se ne è uscito con uno studio di 109 pagine sulla imposta patrimoniale.
Ma allora i giornali avevano ragione? Si sta preparando il terreno per un nuovo prelievo patrimoniale in Italia?
La prossima settimana proviamo a tirare le fila di questo lungo discorso.
