Ci eravamo lasciati dicendo che nel 2016 l’Agenzia delle entrate aveva detto che i guadagni realizzati dai privati con la compravendita di bitcoin non dovevano essere tassati.
Il ragionamento della Agenzia era limpido come un sillogismo aristotelico:
- i bitcoin sono una valuta estera;
- i guadagni fatti con le valute estere sono tassati solo se le compravendite transitano da un conto corrente o un deposito;
- i bitcoin sono una valuta estera virtuale che per definizione non transita da alcun conto corrente o deposito;
- ergo i guadagni con i bitcoin non scontano tassazione.
La crescita vorticosa delle quotazioni dei bitcoin e forse anche i commenti negativi degli studiosi devono essere arrivati alle orecchie dell’Agenzia che ha pensato bene di abbandonare la logica pura dei pensatori antichi e di abbracciare quella pratica degli economisti moderni.
Ecco quindi che la DRE Lombardia (la struttura che rappresenta l’Agenzia sul territorio lombardo) ha diffuso nell’aprile di quest’anno una nota nella quale si dice l’esatto contrario di quanto scritto appena due anni prima dall’Agenzia.
I guadagni fatti con i bitcoin devono essere tassati, ma non per i motivi già indicati dagli studiosi: per gli stessi motivi utilizzati dalla Agenzia due anni prima per sostenerne l’intassabilità!
Pirandello di nuovo in scena? Decisamente sì.
Cominciamo a dire che la nota della DRE non è proprio una nota, ma piuttosto una criptonota, perché è disponibile solo in rete e su siti non ufficiali.

Ma cosa dice esattamente la DRE?
Dice che è vero che i bitcoin sono una valuta virtuale – come sostenuto dalla Agenzia due anni prima – e che quindi a stretto rigore non richiedono l’uso di un conto corrente o di un deposito bancario, ma è anche vero che ogni user gestisce i bitcoin attraverso un portafoglio virtuale, il cosiddetto wallet, che assolve la stessa funzione di un conto bancario. Stessa funzione, stessa ratio, stessa tassazione delle valute fisiche. La realtà raccontata dalla DRE è la stessa di quella raccontata dalla Agenzia, che afferma la natura di valuta del bitcoin, ma è diversa da quella raccontata dagli studiosi, che negano natura di valuta ai bitcoin, ma le conclusioni della DRE coincidono con quelle degli studiosi, che non coincidono con quelle della Agenzia.
Confusi? Vi capisco.
Sappiate però che la conclusione della DRE a onor del vero non sembra poi così sbagliata. Semmai sbagliata era la conclusione pubblicata dalla Agenzia nel 2016.
Ma le novità non finiscono qui
Già che c’è la DRE ha pensato di chiarire che i bitcoin sono una valuta (virtuale) estera e che per questo motivo vanno sempre indicati nel famoso quadro RW della dichiarazione dei redditi, quello destinato al monitoraggio delle attività estere possedute dai contribuenti italiani (ricordate la voluntary? Ecco, è quello che chi ha fatto la voluntary non aveva mai compilato). E qui di nuovo gli studiosi dissentono. Qualcuno di loro ha subito fatto notare che l’obbligo di RW riguarderebbe non il possesso di valuta estera, ma il possesso di valuta depositata all’estero, cosa un po’ diversa. Ma con i bitcoin depositati su un wallet digitale vai a capire in quale paese si trovano, avrà pensato la DRE che per non sbagliare ha pensato bene di imporne sempre la dichiarazione.
Ho provato a chiedere ad un amico smanettone che fa un po’ di mining cosa ne pensa e si è messo a ridere: “I bitcoin sono da nessuna parte e dappertutto“, mi ha risposto, “sono nella rete“.
Quindi per il fisco tutto ciò che sta nella rete è come se stesse all’estero?
Per questa strada anche il nostrano home banking con la banca sotto casa dovrebbe andare in RW. Indubbiamente qualcosa non quadra, di nuovo l’Agenzia sembra faticare a capire il mondo dei bitcoin. Anche perché nella nota della DRE è presente una terza novità che quando l’ho detta al mio miner ha smesso subito di ridere.
La assegnazione iniziale di bitcoin via mining è qualificata dalla DRE alla stregua di una donazione soggetta all’imposta dell’8%. Qui in effetti il fisco contraddice se stesso: dato che un bitcoin sembra essere per l’Agenzia un bene estero a rigore non si dovrebbe pagare l’imposta di donazione che riguarda solo i beni esistenti in Italia. E infatti la nota della DRE non si spinge a dire tanto, butta solo lì un accenno alla equiparazione fra donazione e mining.
Ma non sarei così sicuro che prima o poi i nostri amici della DRE o della Agenzia non trovino il modo di sostenere che i bitcoin sono all’estero per il monitoraggio, ma in Italia per le imposte di donazione.
In fondo sono dappertutto.
Pirandello approverebbe.
