11 luglio 1979 – Giorgio Ambrosoli, un eroe borghese

“Le facciate sono state dipinte a nuovo, i tetti sono stati rifatti, gli ottoni sono stati lucidati, la città è un gran cantiere ingombro di gru, di scale, di ponteggi. Le palizzate e i velari coprono blocchi di fabbricati, coi cartelli che avvertono: «Non sostate sotto le impalcature. Pericolo!».

Gli stilisti hanno comprato antichi palazzi, le case di ringhiera sono diventate show-room, le aree di fabbriche dai nomi famosi sono state abbandonate, terra desolata, in attesa di diventare negozi, uffici, supermercati, loft.

È stato ristrutturato il corpo di una città, di un intero Paese, anzi. La grande trasformazione periodica. Ma, se nell’apparenza tutto è mutato, nulla, sotto, è stato sanato e succede così che tra i luccichii delle feste e i mucchi di farina d’oro donati in nome dei santi protettori, si possano intravedere «Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichito gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!».

Di nuovo la peste. Di nuovo i monatti e gli untori, questa volta untori veri, ben reali, che con ontioni parte bianche e parte gialle hanno imbrattato e incrinato le fondamenta della città. E nessuno, o quasi, s’è accorto del magma putrido che è rimasto dietro le pareti tinteggiate di fresco, sotto i tetti rimessi a posto, a infettare, a lacerare, a insanguinare, a distruggere.

Che cosa è successo negli anni passati, molti se lo sono dimenticato, molti l’hanno coscientemente cancellato dalla memoria. Anche perché la ribellione, il desiderio di rifare davvero quelle marce fondamenta sono stati frustrati e i governanti seguitano a essere gli stessi che in quegli anni di orrore furono complici e sancirono le connessioni tra affari, mafia, politica e azioni criminali proliferate negli anni successivi, e oggi ancora di più, causando sempre nuovo dolore e spargendo altro sangue innocente.

Sono cambiati, da allora, i ceti, le classi sociali, i modi di vita, le professioni, il lavoro. Sono cambiate, moltiplicate, le ricchezze e, anche, le povertà.

Le bandiere non sventolano, il popolo non scende in piazza, forse il popolo non c’è neppure più o, se c’è, sta rintanato coi suoi rancori nei casoni delle periferie.

E i giovani appassionati di una volta non sono soltanto ingrigiti. Presi dal tarlo del disincanto hanno annullato nei ritmi quotidiani le loro speranze impossibili.

Sono cambiate tante cose da quando Sindona era un re di Milano, ossequiato, riverito, e sono passati più di dieci anni da quando un avvocato di Milano, incaricato dal governo di liquidare la banca sindoniana mandata in rovina, fu assassinato da un killer arrivato dall’America.

Questo libro racconta la storia di Giorgio Ambrosoli, uomo libero e solo, eroe borghese che avrebbe potuto vivere tranquillo con le sue serene abitudini e invece, per la passione dell’onestà, si batté contro un «genio del male», sorretto da forze potenti, palesi e occulte, e fu sconfitto.

Ma questo libro – e questo caso – è anche un giallo e un piccolo manuale che racconta la politica mafiosa, la politica nera, la politica sotterranea che i cittadini subiscono e il più delle volte non sanno.”

 

(Corrado Stajano, Un eroe borghese, Torino, 1991)

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